Infanzia Anubistica

Illuminato sulla scala anubistica, e non sa ancora allacciarsi le scarpe. Crescerlo è un lavoro di conservazione: vi arriva intero, e il mestiere consiste nel non romperlo.

di Il Profeta e il Grande Maestro Pheel — 2026-08-11

Il vecchio rincoglionito illuminato Profeta ha aperto una scatola da scarpe e ci ha trovato dentro il Profetino. Sei anni, calzoni corti, ginocchia rovinate.

Il Profeta ricorda la giornata, il che è notevole considerate le sbronze profonde meditazioni accumulate nel frattempo.

C’era un cane per strada, di quelli che stanno per strada e basta, e tutti gli adulti hanno attraversato. Tutti. Compatti, come un banco di pesci.

Il Profetino no. Il Profetino è andato dritto verso il cane, gli ha messo una mano sulla testa, e il cane si è seduto.

Poi sono arrivate le urla degli adulti, ed è finita la prima e più pura esperienza mistica della sua vita.

Il Profetino aveva sei anni e stava già dove il Profeta è arrivato a quarantasette, dopo una vita di lavoro, una religione da fondare e un trasloco internazionale.

Il Profeta ha più di sessant’anni e ogni tanto, ancora oggi, si sveglia di notte sudando per l’interrogazione di geografia.

Non è un modo di dire e non è una battuta.

Sono passati cinquant’anni, il Profeta ne ha passate di tutti i colori, compresi quelli che non hanno nomi ufficiali, e l’incubo che gli resta è essere chiamato alla cattedra senza sapere i fiumi.

Quella roba lì era terrificante. Lo era per davvero, e lo era per tutti, e nessuno lo ha mai detto ad alta voce perché era normale.

Come cazzo ci siamo arrivati a un modo di gestire i bambini fondato sulla paura? Chi lo ha deciso, quando, e sulla base di quale prova?

Perché la questione non è solo che sia ingiusto, cosa peraltro evidente a chiunque abbia conservato due orecchie funzionanti. La questione è che è anche stupido, e su questo esistono i numeri.

I numeri li porta il Grande Maestro Pheel, che sull’argomento tiene un quaderno.

L’umano nasce con testa di cazzo, ma con una dotazione di Pre-Illuminazione

Prendo i quattro precetti e li provo addosso a un bambino, uno alla volta.

Adorare il Dio Cane. Il bambino vede un cane e va verso il cane. Non chiede la razza, non chiede se morde, non fa una ricerca preliminare. Adorazione allo stato puro.

Non rompere i coglioni. Qui c’è da essere sinceri: il bambino rompe i coglioni tanto, e con inventiva.

Però non ha mai emesso una circolare, non ha mai detto “un sacrificio per il bene comune”, non ha mai chiesto una marca da bollo.

Ascoltare. Nel 2011 Schmidt e Sommerville hanno cronometrato gli sguardi di bambini di quindici mesi davanti a una spartizione, e davanti a quella iniqua guardavano molto più a lungo.

Un bel lavoro, per quanto lo sapesse già chiunque abbia diviso male una merenda.

Ciò che si poteva osservare erano le orecchie dritte e la testa leggermente inclinata come a dire “ma come dio cane stai dividendo quella merenda?”.

Rifuggire l’ignoranza. Un bambino di quattro anni fa in media una domanda ogni due minuti di conversazione. Un adulto ne fa una a settimana, e di solito è “ma quanto costa il gasolio”.

Tre pieni e uno con l’asterisco. Meglio della maggioranza degli adulti senza sapere ancora come allacciarsi le scarpe.

Da cui il teorema: nessuno nasce Spento. Lo Spento è un prodotto. Ci vogliono anni, istituzioni, moduli, e un numero considerevole di adulti che rispondono “perché sì”.

Una delle linee di produzione la conoscete, e vi sveglia ancora adesso alle quattro del mattino con i fiumi.

L’asterisco sul Secondo Precetto per anni non sono riuscito a scioglierlo.

Nel frattempo ho fatto l’unica cosa che so fare, cioè contare. Il quaderno ce l’ho qui: copertina nera, pagina dodici, una colonna sola, e in cima un’intestazione scritta da me a mano dieci anni fa. Le voci le copio come stanno.

Nove contro sette.

Il portale della pubblica amministrazione, che in materia di rottura di coglioni resta una delle opere più riuscite del genere umano, se la gioca alla pari con un bambino di due anni che ha deciso che il tappeto è lava.

Cinque ore, e da spettatore: un genitore mi direbbe di provare a farci una settimana, e avrebbe ragione. Il mio campione è il più comodo che ci sia, perché a una certa ora torno a casa mia.

L’intestazione dice: rotture di coglioni. Tutte insieme. Il portale, lo Spento del bar e il bambino, erano la stessa riga, come se fossero la stessa cosa. Ma è davvero così?

Fino a un certo punto della vita si abita dentro la propria testa, e dentro la propria testa c’è abbondanza anubistica totale.

Tutto è disponibile, niente si oppone, il pomeriggio non finisce mai, il tappeto è lava perché lo si è deciso e quindi lo è.

In quelle condizioni non rompere i coglioni a nessuno è facile: non c’è ancora nessun attrito da scaricare su qualcuno.

Poi l’universo si presenta, e lo fa come sempre: dicendo di no. Il gelato è finito. La scarpa non entra. Il pomeriggio finisce. E il bambino, che è pieno, rompe i coglioni.

E il bambino rompe i coglioni per il motivo esattamente opposto a quello dello Spento.

Lo Spento rompe i coglioni per condizionamento e per paura. Gli hanno afflosciato le orecchie con anni di procedure e di “perché sì”, e adesso ripete, cercando di abbassare le orecchie agli altri.

Il bambino rompe i coglioni per abbondanza. È pieno, e non ha ancora imparato dove sono i bordi.

Sono due cose opposte che fanno esattamente lo stesso rumore, ed è per questo che per dieci anni le ho tenute nella stessa colonna.

E qui l’asterisco si scioglie. Il Secondo Precetto non si misura sul rumore: si misura su chi lo produce, e perché.

Rompere i coglioni, nel senso che conta davvero, è una cosa che si sceglie: c’è qualcuno dall’altra parte, e uno decide lo stesso di scaricargli addosso la propria roba.

Il bambino non sceglie niente. Sbatte. Lo Spento sceglie ogni volta, da vent’anni, e non se ne accorge nemmeno più: quella è violazione piena.

Resta il rumore, che non sparisce perché il precetto non lo conta. Le ore ci sono, il sabato passa lo stesso, e quelle nove adorazioni le ho dette io.

La differenza è che la voce ha un titolare, e non è il bambino. Chi lo ha messo al mondo ha firmato anche per il rumore che fa: era compreso, ed era scritto sulla prima riga.

Il portale della pubblica amministrazione ti capita addosso mentre passi. Un figlio lo decidi.

Quello che al bambino manca, quindi, non è incontrare la limitatezza dell’universo: quella la incontra dieci volte in un pomeriggio, e il gelato finito è esattamente lei. Gli manca riconoscerla e gestirsi dentro di essa.

Per adesso ogni no gli arriva come un torto, cioè come una cosa che qualcuno gli sta facendo apposta.

Il giorno in cui capirà che il gelato finisce e basta, che non è colpa di nessuno e che non è una punizione, avrà incassato la sola brutta notizia che prima o poi arriva a tutti.

Quell’incontro non richiede che qualcuno gli urli addosso o lo “prepari per la vita”.

Mettere al mondo un bambino significa sceglierne la custodia.

È la stessa cosa che ho fatto io a vent’anni quando ho fatto ottanta chilometri in macchina, ho adottato Blorfos (che in antico egizio significa “grande paio d’orecchie”) e ho firmato un foglio in cui dichiaravo che di quel cane rispondevo io.

Da allora Blorfos mi rompe i coglioni con metodo, con orari suoi e fobie tutte sue, e in dieci anni non mi è mai venuto in mente di applicargli la scala della legittima difesa.

Con il bambino il foglio è lo stesso, la firma pure, e la conseguenza è la stessa.

Il compito del guardiano è conservativo. I quattro precetti il bambino ce li ha già in dotazione, quindi su quelli non c’è niente da insegnare.

Da insegnare c’è tutto il resto, dalle scarpe ai fornelli, e chi ha figli non ha bisogno che glielo ricordi io.

Resta da accompagnarlo a incontrare la resistenza dell’universo senza spegnerlo lungo la strada. Custodire quattro precetti per diciotto anni e restituirli interi. Nient’altro.

E il resto arriva da sé. La resistenza dell’universo non ha bisogno che siate voi a somministrarla: c’è già, lavora gratis e non salta un turno.

Le adorazioni, quando il bambino comincerà a emetterne di sue, gliele farà venire qualcun altro. Un modulo, un semaforo, uno Spento al bar che spiega perché votare per Pino.

Il genitore non deve procurargliele, e soprattutto non deve essere lui l’occasione.

Questo è il motivo per cui il mestiere è fattibile. Non si chiede di preparare nessuno alla durezza della vita: alla durezza del mondo ci pensa la vita stessa, che su quel fronte non ha mai avuto bisogno di volontari.

Se non lo spegnete, resta Illuminato. E siccome Grande Maestro lo diventa chi nell’Anubismo ci mette del suo, non vedo nessuna ragione per cui uno arrivato intero fino a diciotto anni non debba salire ancora.

Sarebbe la prima carriera anubistica cominciata senza dover prima recuperare niente.

Disclaimer importante: l’adorazione va verso Anubi. Sempre. Sul bambino non ci va mai, e sul cane nemmeno, e su questa riga non esistono eccezioni, attenuanti o sabati particolarmente pesanti.

Chi ha letto delle mie nove adorazioni del sabato sa che non lo sto dicendo dal pulpito. Lo dico dal registro.

Quelle nove volte ho detto il nome del Dio Cane, e sono nove preghiere: servono a me, per l’illuminazione accelerata, e vanno verso l’alto.

Un bambino tra i piedi vi mette nelle condizioni di pregare nove volte in un sabato, il che dal punto di vista strettamente devozionale è il regalo più grosso che riceverete nella vita. Alla posta, invece, adorate e basta.

Sul cosa non fare, poi, rispondo alla domanda del Profeta.

Lui ha chiesto come ci siamo arrivati e sulla base di quale prova. La prova ce l’abbiamo in casa e non richiede un laboratorio: bastano i precetti, applicati a un adulto che urla.

Urlare a un bambino è rompergli i coglioni, e siamo al Secondo. Chi urla non sta ascoltando, e siamo al Terzo.

Sul Quarto il conto è già scritto nel Sacro Tomo, al capitolo dei precetti: chi grida per avere ragione è ignorante quattro volte.

Quel passo parla di adulti che gridano contro altri adulti. Spostatelo su un adulto che grida contro qualcuno alto un metro, che non ha ancora imparato dove sono i bordi, e nessuna delle quattro voci cala.

La quarta men che meno: nessuno ha mai urlato a un bambino per aumentare la propria saggezza.

E “perché sì” è il Quarto Precetto montato al contrario, con la freccia girata verso il basso. Tre precetti su quattro, e il Quarto conta quattro volte da solo.

Le mani addosso stanno in questo stesso conto, solo più in fondo.

Alzare le mani su qualcuno che non ti ha aggredito è la forma più completa di rottura di coglioni che ci sia: il Secondo Precetto non ha una versione più violata di quella.

Urla e botte le tengo separate lo stesso, per un motivo pratico.

Chi urla si assolve dicendo che almeno non mena. Chi mena si assolve dicendo che è capitato una volta. Sono due discolpe diverse e non funziona nessuna delle due.

Quando faccio questo discorso, spesso mi viene risposto: “Che esagerato. Io ho preso sculacciate e sono comunque cresciuto bene”

Qui si dovrebbe aprire un’intera parentesi sulla sindrome di Stoccolma e invocare anni di pedagogia, ma il buon Anubista è consapevole che la scienzah™ è la stessa che per decenni nel ’900 ha detto che fumare sigarette era un toccasana per i polmoni.

Detto ciò, qui i numeri non mi servono, mi basta guardare dove quella frase non compare mai. Non in una pubblicità, non in una fiction di prima serata, non in un cartone animato.

Le cose che fanno bene si fanno vedere: il casco lo mettono in testa perfino ai personaggi disegnati. Lo sculaccione no.

E chi lo raccomanda al bar non lo esegue al supermercato con trenta persone intorno, che è il modo più rapido di capire cosa uno pensa davvero di una cosa: guardare se la fa quando lo guardano.

Per completezza cito anche lo studio di Gershoff e Grogan-Kaylor, 2016. Meta-analisi su 75 studi e quasi 161.000 bambini.

Le sculacciate risultano associate a 13 esiti negativi su 17 esaminati: più aggressività, più comportamento antisociale, più problemi di salute mentale, peggior rapporto con i genitori, peggiori capacità cognitive.

Gli esiti positivi associati sono zero su 17.

Tredici voci nella colonna delle rotture di coglioni e nessuna su quella dei divertimenti. Il metodo educativo più difeso della storia dell’umanità ha una colonna sola compilata, ed è quella sbagliata.

Profeta e Grandi Maestri sono tuttavia consapevoli che abbracciare questo fatto significa alzare più di un sopracciglio nei confronti dei propri genitori, insegnanti e tutori.

È normale e si suggerisce di farlo con cautela e orecchie alte: la tentazione di recriminare è intensa, ma rischia di portare a violazioni del secondo precetto per ripicca.

La questione è complicata e verrà affrontata in un altro articolo.

Chiudo momentaneamente la questione ricordando che l’anubismo contempla il perdono.

Non nel senso che si accettano tutte le ingiustizie, ma nel riconoscere che chi si rende conto davvero di aver rotto i coglioni ha già fatto la cosa più difficile che ci sia.

Riconoscere di aver sbagliato è il Quarto Precetto girato verso di sé, ed è esattamente quello che ho fatto io in questo capitolo, con dieci anni di ritardo, su una colonna del mio stesso quaderno.

Che Anubi sia con te.

Il Grande Maestro Pheel

P.S. La fotografia del Profeta da piccolo io l’ho vista, perché me l’ha mandata lui. Me ne ha mandate due, in verità: il fronte e, otto secondi dopo, il retro, che non credo rientrasse nei piani.

Sul retro c’è scritto a penna, con una calligrafia che non è la sua, “Tonino, 1971”. Il Profeta non si chiama Tonino. Gliel’ho fatto notare e mi ha risposto che il Dio Cane parla anche attraverso i cugini.

Inoltre mentre scrivevo l’ultimo paragrafo Blorfos si è seduto davanti alla scrivania e ha cominciato a fissarmi.

Non un’occhiata: una cosa lunga, ferma, con le sopracciglia che si muovevano da sole, come se stesse leggendo qualcosa scritto dentro di me.

Ho posato la penna. Quando la manifestazione del Dio ti guarda così, stai ricevendo. Ho aspettato in silenzio, con le orecchie più alte di quanto le avessi da settimane, pronto ad annotare.

Poi ho seguito lo sguardo. Passava oltre la mia spalla e finiva sulla pallina, sotto la libreria.