La libertà di esistere: riflessioni anubistiche per la Festa dei Morti

Il destino dell'umano è diventare cibo per vermi. Per la Festa dei Morti il Profeta si chiede se ci arriviamo dopo aver vissuto, o dopo aver solo trascinato a lungo la nostra esistenza.

di Il Profeta — 2026-11-02

Abbiamo già discusso nel Sacro Tomo della vita e della morte anubistica. Abbiamo visto che il destino dell'umano è diventare cibo per vermi. Abbiamo discusso di come l'accettazione di questa condizione liberi l'umano dalle superstizioni, gli consenta di vivere appieno e gli faccia risparmiare tempo da dedicare a qualcosa di utile.

Abbiamo introdotto anche il concetto di «Qualità di vita anubistica», che porta a concentrare il proprio tempo sul vivere pienamente, sul non farsi rompere i coglioni e, possibilmente, sul non romperseli da soli.

Oggi, in occasione della Festa dei Morti, il vecchio rincoglionito saggio e illuminato Profeta vorrebbe proporre un approfondimento che parte da una citazione.

«Non devi pensare che un uomo abbia vissuto a lungo soltanto perché ha i capelli bianchi e le rughe. Non ha vissuto a lungo: ha soltanto trascinato a lungo la propria esistenza.»

Così Seneca, nel De brevitate vitae, ci invita a distinguere due cose che troppo spesso confondiamo: vivere e durare.

Attraversare il tempo

La vita, nella sua dimensione biologica, è un fenomeno naturale. Nasciamo, cresciamo, invecchiamo e moriamo. Il tempo trascorre indipendentemente dalla nostra volontà e il nostro organismo ne segue inevitabilmente il corso. Ma possiamo davvero affermare che il semplice trascorrere del tempo sia vivere?

Un uomo che abbia trascorso ottant'anni rinunciando a pensare autonomamente, a scegliere, a decidere della propria vita, ha realmente vissuto ottant'anni? Oppure ha soltanto attraversato il tempo?

Anubisticamente parlando, potrebbe aver trascorso ottant'anni a prepararsi a diventare cibo per vermi, senza nemmeno essersi preso la soddisfazione di vivere prima di essere mangiato.

Un valore irripetibile

Heidegger aggiunge un elemento incomprensibile fondamentale a questa riflessione: l'essere-per-la-morte.

La consapevolezza della morte non rappresenta necessariamente una condanna all'angoscia o alla disperazione. Al contrario, può diventare ciò che restituisce significato alla vita.

È proprio perché la nostra esistenza è limitata che ogni scelta assume un valore irripetibile. Il tempo perduto non può essere recuperato, la vita rinviata non può essere vissuta dopo la pensione più tardi.

E tuttavia manca ancora un elemento: Kierkegaard scrive che «l'angoscia è la vertigine della libertà».

La libertà ci pone davanti a un numero indefinito di possibilità, ma ci impone anche il peso della scelta. Essere liberi significa poter sbagliare, poter fallire, poter rinunciare alle certezze rassicuranti che altri vorrebbero imporci. La libertà può dunque spaventare.

È molto più semplice affidare al cognato ad altri le proprie decisioni, accettare verità già confezionate, seguire percorsi prestabiliti. In questo modo ci si libera apparentemente dall'angoscia della scelta, ma si rischia di rinunciare contemporaneamente alla propria esistenza autentica.

Il ponte che unisce

È qui che l'Anubismo individua nella libertà di essere e di esistere il fondamento di una vita vera.

Non perché la libertà garantisca la felicità, la saggezza o la realizzazione personale. Ma perché senza libertà viene meno la possibilità di determinare autonomamente il significato della propria vita. Essere significa riconoscersi come individuo. Esistere significa poter tradurre quella individualità in scelte, azioni, esperienze e responsabilità. La libertà è il ponte che unisce queste due dimensioni.

La morte, allora, assume un significato diverso da quello che tradizionalmente le viene attribuito.

Non è soltanto la conclusione della vita biologica. È il limite ultimo davanti al quale siamo chiamati a interrogarci su ciò che abbiamo fatto del tempo che ci è stato concesso. Non importa soltanto quanto abbiamo vissuto, ma quanto della nostra vita ci sia realmente appartenuto.

E qui il Profeta desidera ricordare una fondamentale verità anubistica: i morti hanno almeno un vantaggio sui vivi, non devono più sopportare chi pretende di insegnare loro come vivere. Purtroppo, per raggiungere questa condizione di assoluta tranquillità, bisogna prima morire. Il che rappresenta un inconveniente non trascurabile.

In questa Festa dei Morti possiamo dunque ricordare coloro che non sono più con noi, ma possiamo anche rivolgere una domanda a noi stessi, che siamo ancora vivi:

Stiamo realmente vivendo la nostra esistenza, oppure stiamo semplicemente lasciando trascorrere il tempo?

Perché la morte è inevitabile. La rinuncia alla libertà, invece, non sempre lo è.

E forse il modo più autentico di onorare la vita, proprio nel giorno in cui ricordiamo la morte, consiste nel rivendicare la libertà di essere ciò che siamo e di costruire, finché ci è possibile, la nostra esistenza.

Che Anubi ti aiuti a conquistare e difendere la tua libertà, perché soltanto chi è libero può sperare di vivere pienamente.

E ricordati che, alla fine, diventeremo tutti cibo per vermi. Ma almeno cerchiamo di non arrivarci dopo aver passato tutta la vita a farci mangiare il cervello dagli influencer altri.

Che Anubi sia con voi.

Il vecchio rincoglionito illuminato Profeta